Senza nome 4

scritto da Mary Read
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Il giorno che smetterò di scrivere, sarà tutto finito, anche questi tentativi, questi sogni o questi incubi. Se c'è qualcosa che non torna, vi prego di aspettarvelo.
- Nota dell'autore Mary Read

Testo: Senza nome 4
di Mary Read

Riassunto

Il racconto parla di un giovane italiano nel dicembre del 1917, che viene  strappato dalla sua tranquilla vita di campagna, in un paese situato nel nord dell'Italia, dai suoi amori, due ragazze del paese, dai suoi affetti, una famiglia semplice contadina e dai suoi tre fratelli: Amedeo, Luisa e Alberto, da una mamma e un papà mutilato, per essere arruolato fra quei giovani del '99, mandati a combattere in prima linea, dopo la battaglia di Caporetto, durante la prima guerra mondiale.
La zia Marghe, sorella del papà mutilato di guerra, fa parte di una famiglia agiata ed è sposata a un notabile del paese, il Lorenzo.
Il giovane viene dichiarato disperso. Ritorna a casa, purtroppo con un disagio mentale, uno 'shock nervoso' che lo trasforma nella società di allora, in un soggetto anormale. I suoi fratelli non lo riconoscono più perché non parla e ha una gestualità anomala. Luisa, soprattutto, la sorella pià piccola, sostiene a gran voce che non può essere lui, mentre la madre, cerca di farle riconoscere alcune corrispondenze, dicendole che è soltanto malato.
Intanto, zia Marghe che è molto affezionata alla famiglia,  sta discutendo con il consorte, Lorenzo, il notaro,  nella loro bella casa nella piazza del paese.

                                                                                    §             §           §        §        §

 
‘Ma cosa credete? Che possa cambiare? Che guarisca? Andrà  sempre a peggiorare. Io non tollero che voi abbiate contatti con vostro nipote e con quella gente. È un mentecatto: può diventare pericoloso ed è da allontanare immediatamente. Vergognoso frequentare quella casa, dove scorrazza indisturbato. Ve lo proibisco! E non ci saranno denari per voi, che prestate assistenza. Lo so, sapete! Cosa credete? Che non lo sappia! Andate a portare roba, rubando dalla nostra dispensa ...Ma da qui non esce più nulla! Che questo sia molto chiaro!’’
Margherita lo aveva ascoltato. Era come se si fosse incantata con la testa. La sua bellissima testa, dai capelli neri, chiusi una crocchia morbida, sollevata dal  suo collo fasciato di pizzo bianco, si era piegata e i suoi occhi vagavano in un punto fisso nel vuoto, fra il corpo del notaro e la parete.
Poi, all’improvviso, Marghe sembrò destarsi, i suoi occhi  si piantarono dentro a quelli del marito e disse: ‘Voi credete di potermi fermare…’ si voltò, aprì la porta dello studio e mentre lo faceva, sentì il notaro spostarsi a seguirla. Le si avvicinò, le prese il braccio, glielo strinse con forza, facendole male, senza una parola.
Lei lo guardò con sfida, si divincolò e uscì sbattendo la porta.
Zia Marghe sapeva che c’erano altri modi, altri sottili trucchi per ottenere quello che voleva. Cercò con forza di riprendere il controllo, nonostante il suo labbro tremasse dalla rabbia, e chiamò Grazia, la cameriera di casa, una ragazzotta veneta, molto premurosa, che era con loro da anni.
Grazia che si era premunita di ascoltare tutta la discussione che era avvenuta, tenendo un vassoio nelle mani per darsi un contegno,  sbucò dalla porta del corridoio: ‘Comandi, Signora’.
‘Prendi il soprabito e vieni con me’
Erano salite in calesse e zia Marghe aveva detto al conducente di andare alla grande casa sulla collina. Grazia non avrebbe voluto seguirla, quel giovane non era a posto con la testa e aveva paura, ma non poteva certo abbandonare il servizio, le venti lire che guadagnava al mese le erano necessarie e doveva inviarle a casa.
Entrarono dal cancello che era spalancato. 
Lui era dentro, guardava da una finestra i suoi fratelli Luisa e Amedeo giocare con il cerchio nella grande corte per poi fermarsi, salutare la zia e fare un cenno verso di lui.
'E' dentro' le disse Luisa, come dire di una bestia chiusa in un recinto.
'La mamma?'
Amedeo disse pronto:'La vado a chiamare, sta dando da mangiare alle bestie. C'è anche papà'
'No, Amedeo vado io', disse Zia Marghe. Attraversò il cortile diretta verso il pollaio. 
'Di buon'ora a farci visita e ti sporcherai tutto il vestito quaggiù' disse la mamma senza un saluto, sorridendo.
Si era chinata, l'entrata del pollaio era bassa e per terra il letame dei polli prendeva le narici da far star male. 
Suo fratello con la mezza gamba che si trascinava, la guardò sorpreso: 'Che c'é?, il Lorenzo ti ha lasciato uscire?'
Luigi aveva mantenuto il suo spirito, nonostante quella gamba, che si trascinava come se fosse ancora viva, infatti a volte le parlava e faceva ridere tutti. 
'Deve essere curato...' disse zia Marghe.
La mamma stava raccogliendo le uova, le riponeva nel cesto una a una con gesti misurati e sicuri. 
'Si può curare? E dove? Esci di qui, parliamo fuori. La mamma aveva due ceste pesanti e Zia Marghe ne prese una e ritornarono verso l'ingresso. Luigi era rimasto silenzioso, come se l'argomento fosse troppo per lui e non volesse pensarci. 
'Hai portato aiuti... disse la mamma, vedendo Grazia che  le stava aspettando sulla soglia. 
'Buongiorno Signora', Grazia sorrise, timida abbassando la testa e subito aiutò zia Marghe con la cesta. 
Entrarono. Zia Marghe cercava con gli occhi il nipote. 
Luigi la tranquilizzò: 'È in casa, ma gli ho detto di non uscire. Non voglio che lo vedano...Si fanno già tante parole in paese.'
Zia Marghe si sedette e tirò fuori dalla borsetta una carta. Mi hanno parlato di questo ospedale dove possono curarlo.
'Io non lo mando da nessuna parte.  Resta qui con noi'
'Non può restare qui! Dovete fare qualcosa e so dove poterlo mandare'
La mamma rispose: 'E con che soldi? Me lo spieghi? I tuoi...quelli del notaro? il viaggio costa e non lo accettiamo, sai quanto è difficile per noi...'
'Vendete quelle uova!' disse zia Marghe.
'Vendere le uova...Al mercato, sperando che qualcuno compri, di questi tempi. Certo come il resto,  ma tu non puoi vendere le uova e io qui ho troppo daffare per farlo.  Luigi lo vedi...' si zittì aveva parlato troppo, non voleva ferire l'orgoglio del marito invalido.
'Il notaro ti chiuderà in casa, se lo fai' disse Luigi.
'Grazia ci darà una mano e con Lorenzo me la vedo io' disse zia Marghe.
'Che cos'hai in mente, sorella?' disse Luigi.
'Deve essere curato, Luigi!  E' malato, é solo malato e non è pericoloso. Noi lo sappiamo. Ci sono degli ospedali, adesso, che possono farlo!'
'Quelli dei matti...' aggiunse Luigi con un'aria triste e stanca. Ci fu un silenzio pesante che sembrò durare un tempo infinito. 
Zia Marghe si decise e parlò: 'So di un ospedale. Lo so, sarà lontano, ma non è come gli altri, non è un ospedale dei matti...'
'Dov'é?' chiese la mamma con gli occhi ardenti di speranza.
'A Volterra' rispose zia Marghe.


Lui nell'altra stanza, guardava dalla finestra.  Una mosca piccola, si era posata sul vetro. Lui la sentiva rumorosa e assordante con il suo bisbigliare.
Di notte, arrivavano a sciami, ronzavano nella sua testa, mitragliavano nel buio la grande casa in cima alla collina.
Doveva ucciderle quelle mosche ronzanti. Era un ordine!
Si scosse, qualcuno gli stava chiedendo qualcosa, arrivava come un bisbiglio.
No, era una musica adesso, un valzer. Dove si trovava? La festa. La festa del suo paese. Quel giorno...Si ballava. Era il 14 agosto, la Festa di Maria.
C'era la banda che suonava. No. C'erano due bande, una contro l'altra a far gara a chi suonava meglio e tutta la gente dei paesi intorno si era radunata ai lati della strada con mazzolini di fiori in mano.Tutti con i vestiti della domenica, con le camicie bianche e i fazzoletti al collo e qualcuno già abbozzava qualche piccolo passo di danza in mezzo alle strade.
Poi in piazza grande, allestita per l'occasione,  i bambini alcuni sotto le tavole imbandite a darsi spintoni, altri  giù e su per le altalene che erano poco distanti, davanti all'asilo, da poco inaugurato e poi  c'erano le ragazze. Non le aveva dimenticate, sedute tutte insieme che si schernivano,  poi sorridevano e di sottecchi li sbirciavano, tutte in fila come su un trespolo, sembravano tortore tubanti  e c'erano le belle e le brutte. Loro, i giovanotti del paese, in piedi con i loro berretti in mano a fischiare e  a guardarle fisse con tracotanza, come se fossero dei gelati Ninetto, da mangiarle tutte.
Stava ricordando, mentre guardava da quella finestra, il paesaggio delle verdi colline con i vigneti e i suoi fratelli che si rincorrevano fuori.
La mosca aveva ripreso a ronzare...Non riusciva a ucciderla...
'Soldato! Ricordate il vostro nome? Come vi chiamate? Non riesco a compilare questo certificato se non mi dite il vostro nome!
'
'
'Il mio nome...' lo disse con dolore.
'Il mio nome é...' rimase così, con le parole che non riuscivano a mettersi insieme e lo sguardo di chi le cerca disperatamente.

No. 933  Ospedale Provinciale
Paziente: N.N.     Addì, 16  luglio 1917.
Non ha reazioni. Non si esprime. Inerte. Portamento piegato, inclinato sul lato destro, braccio destro sempre flesso. Movimenti della testa ritmati, ripetuti a intervalli regolari. Se disturbato da rumori, batte violentemente le palpebre. Non risponde alle domande. Non ha appetito, a tratti alza le mani come a difendersi o a proteggersi, in quel caso  il ritmo del capo aumenta. Si attendono notizie dal reparto militare assegnato per identificarlo e poterlo far ricongiungere con i suoi familiari. 

Mary Read, 18 Marzo 2026



Senza nome 4 testo di Mary Read
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